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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
UNA STORIA DI CANTANTI, SUONATORI E SUONATI…
Metti una sera d’estate, la splendida cornice della città eterna, un gran bel concerto di Carmen Consoli nell’Auditorium progettato da Renzo Piano… Metti tutto questo e metti pure un discreto appetito dato che alle 23.40 ancora non si è cenato.In queste condizioni anche un rinomato (?) gourmet quale il sottoscritto si crede di essere, può commettere la classica imprudenza, ovvero farsi tentare dal primo ristorante che incontra, il Rori’s Restaurant.Volevamo mangiare una cosa veloce ed in effetti i tempi di attesa sono stati molto contenuti (troppo ad essere maligni…). Ma questo è stato l’unico aspetto positivo della serata… Già dall’arrivo della cameriera intuiamo quello che sarebbe stato il mood della cena. Ordiniamo un piatto di bufala e prosciutto, un’amatriciana e degli straccetti con la rughetta, accompagnandoli con un bicchiere di Montepùlciano (l’accento è quello usato dalla signorina che ci ha servito…). Ci viene chiesto, prima volta nella storia almeno per chi scrive, se gli straccetti li volevamo al sangue o ben cotti, e ci vediamo recapitare un bicchiere del pregiato nettare già riempito lontano dai nostri occhi in una misura troppo scarsa rispetto a quanto dovuto. Arriva poi il prosciutto, ma non con la mozzarella ordinata bensì con del melone… Giungono poi in tavola i bambolotti all’amatriciana (scotti) e un’altra porzione di bufala e prosciutto in luogo del piatto di carne suddetto. Capito l’errore, finalmente ci portano gli straccetti e può quindi iniziare la caccia al tesoro all’interno della montagna di rughetta… Insomma, un’esperienza disastrosa con la classica ciliegina finale: un conto di 43,50 euro (circa 80 mila delle vecchie lire, per intenderci) con prezzi curiosi. 6 euro per il mezzo bicchiere di un modesto Montepulciano, pardon Montepùlciano, 12 euro per 3, dico 3, fette di prosciutto e ben 2 ovoline di bufala servite fredde di frigorifero, 3 euro per il pane, e via dicendo…Ora penso non sia più necessario specificare chi sono i suonatori e chi i suonati a cui si è fatto cenno nel titolo… Purtroppo il discorso è sempre lo stesso: quando la gente ti “casca” dentro il ristorante non per la tua fama ma perché godi di una posizione favorevole, troppo spesso si trascura la qualità dell’offerta.Saremmo curiosi di sapere cosa ne pensa Carmen Consoli, che mangiava nel tavolo a fianco al nostro, di questo indirizzo, ammesso che abbia ricevuto lo stesso trattamento... Forse, azzardiamo un’ipotesi, sarà stata più confusa che felice…
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"SALVIAMO IL PARMIGIANO REGGIANO DAGLI OGM"
Pubblico volentieri una mail che mi è appena arrivata da Greenpeace. Spero che l'argomento stimoli delle riflessioni...
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Roma, 21 giugno 2007 - Greenpeace lancia oggi la campagna per salvare il Parmigiano-Reggiano dagli Ogm. Nonostante l‘esistenza del Consorzio di Tutela di quella che è una delle produzioni più apprezzate dai consumatori e invidiate dal mercato, il Parmigiano-Reggiano è incappato nella trappola Ogm: nei mangimi utilizzati per integrare la dieta delle bovine che forniscono il prezioso latte destinato alla produzione del Parmigiano, si è insinuata, infatti, la soia transgenica della Monsanto.
Gli Ogm, oltre agli ormai comprovati pericoli legati al loro rilascio in ambiente, continuano a essere al centro dell’attenzione anche a causa delle incertezze legate al loro consumo umano e animale. La comunità scientifica è divisa, e nuovi studi indipendenti dimostrano che gli Ogm non vengono adeguatamente studiati prima di ottenere l’autorizzazione al commercio e al consumo, confermando il fallimento dell’attuale sistema autorizzativo europeo sugli Ogm.
I consumatori continuano a rifiutarli e lo scorso febbraio, Greenpeace ha consegnato alla Commissione europea, una petizione firmata da oltre un milione di cittadini, per chiedere l’etichettatura dei prodotti derivati da animali nutriti con Ogm, come latte, carne, uova o formaggio. E il nostro parmigiano? In un contesto europeo e mondiale dove sempre più spesso i prodotti italiani di qualità vengono copiati o camuffati - basti pensare ai vari Parmesan, Regianito o Parmesao - la garanzia di sopravvivenza è data dalla qualità e dalla sicurezza al 100 per cento. Il Parmigiano-Reggiano ha alle spalle otto secoli di storia e tradizione, e oggi, la sua genuinità non può essere minacciata dalla comparsa degli Ogm nella sua filiera produttiva.
“Il problema riguarda i mangimi. Il disciplinare di produzione del Parmigiano oggi non vieta l’uso degli Ogm nell’alimentazione animale.
Nella pratica, ciò significa che le bovine che forniscono il latte ai caseifici aderenti al Consorzio, si nutrono anche di soia Ogm” ha chiarito Federica Ferrario, responsabile campagna OGM di Greenpeace.
“Proprio perché amiamo il Parmigiano Reggiano, vogliamo essere certi che venga tutelato, e che questa tutela porti con sé garanzia di qualità e sicurezza, per l’ambiente e per i consumatori.”
Oggi in Italia, sono sempre più numerosi i prodotti e i produttori, che escludono l'uso di Ogm in tutti i passaggi della produzione - sia negli ingredienti che nei mangimi animali. “Il Consorzio del Parmigiano-Reggiano non è riuscito, fino ad ora, a evitare l'impiego di mangimi contenenti Ogm dal disciplinare di produzione, ma questa scelta è possibile e praticabile oltre che necessaria per tutelare questa produzione” ha spiegato la Ferrario. “Nel circuito del Parmigiano, questo già avviene per la produzione biologica e per quei primi produttori che, autonomamente, hanno già attivato filiere completamente non-Ogm anche nei mangimi, una voce che il Consorzio dovrebbe ascoltare.”
Greenpeace è disponibile a collaborare col Consorzio del Parmigiano per eliminare l’utilizzo degli Ogm nella filiera produttiva e mette a disposizione dei consumatori un sito web www.parmigiaNOgm.it per avere maggiori informazioni e scrivere al consorzio di modificare il disciplinare, non usando più Ogm nei mangimi.
Nel pomeriggio, l’associazione organizza in piazza Campo dé Fiori, nel centro di Roma, un aperitivo a base di parmigiano non-ogm.
Per informazioni
Federica Ferrario, responsabile campagna OGM Greenpeace, cell. 3483988616 Ufficio Stampa Greenpeace, tel. 06.68136061 Int. 203-222
Per scaricare il rapporto sul caso del Parmigiano-Reggiano:
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/parmigiano-reggiano
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UN PO’ DI PUDORE, PER FAVORE…
Rieccomi qui a commentare per l'ennesima volta la campagna di lancio della guida dei ristoranti di Roma di Repubblica. Senza entrare nel merito del prodotto, e ce ne sarebbe da dire visto che tutte le schede virano al positivo senza giudizi di sorta (a che serve una guida così, mi chiedo?), quello che mi risulta proprio indigesto è come viene effettuata la promozione della pubblicazione. Mi sono occupato già due volte in questo blog della vicenda qui e qui, ma credo sia opportuno ritornarci su.
Veniamo ai fatti. A pagina 15 della cronaca romana de La Repubblica di venerdì 8 giugno, la celebre giornalista enogastronomica Francesca Alliata Bronner intervista Giancarlo Casa, patron dell'ottima pizzeria "La Gatta Mangiona". Tanti convenevoli, ma nulla di male fino all'ultima domanda/risposta che riportiamo integralmente:
F.A.B.: Ma lei quando porta a cena fuori sua moglie e sua figlia (entrambi disegnatrici dei gatti che colorano il suo locale) dove va a mangiare la pizza?
G.C.: Sono molto curioso delle nuove aperture e cerco di visitarle anche per confrontarmi. Sfogliando in questi giorni la Guida di Repubblica Ristoranti di Roma 2007-2008 ho scoperto, cercanto (è scritto così...) tra le tante novità ben evidenziate in rosso, quanti nuovi indirizzi d'arte bianca Roma ha acquisito nell'ultimo anno. E su ogni segnalazione sto trovando solo conferme.
Penso che ogni commento sia superfluo, ma per completezza di informazione vi riporto un passo della Carta dei Doveri del Giornalista dell’8 luglio 1993, che sotto la voce Informazione e pubblicità, afferma che ”i cittadini hanno il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli. I messaggi pubblicitari devono essere sempre e comunque distinguibili dai testi giornalistici attraverso chiare indicazioni. Il giornalista è tenuto all’osservanza dei principi fissati dal Protocollo d’intesa sulla trasparenza dell’informazione e dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico; deve sempre rendere riconoscibile l’informazione pubblicitaria e deve comunque porre il pubblico in grado di riconoscere il lavoro giornalistico dal messaggio promozionale”.
Secondo voi nell'intervista riportata in parte sopra, si è fatta corretta informazione? Secondo me no, ma sono pronto a ricredermi di fronte ad argomentazioni valide.
P.S.: la guida in questione sta registrando il tutto esaurito...
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RITORNA L'UMBRIA NEL PIATTO
E’ uscita sabato scorso la seconda edizione de l'Umbria nel Piatto,
la nostra guida al ricco patrimonio enogastronomico della regione. Si tratta della prima e unica guida specificamente dedicata al buon mangiare e al buon bere in Umbria ed è suddivisa in sezioni. La prima è ovviamente quella dedicata ai ristoranti (142 di cui 40 novità) valutati in modo critico con tanto di voto e rapporto qualità/prezzo, e per questo visitati in perfetto anonimato, pagando il conto, per evitare qualsiasi conflitto di interesse con la categoria dei ristoratori (per lo stesso motivo nelle nostre pubblicazioni non vendiamo pubblicità a questa categoria). Come l'anno scorso, poi, ci sono delle sezioni informative sulla ricettività extra-alberghiera e sui produttori vinicoli della regione a cui quest'anno abbiamo aggiunto la sezione dedicata all'olio curata dall'esperto del settore, Maurizio Pescari. Altra novità di quest'anno è l'analisi qualitativa di un'etichetta per ogni produttore inserito. Per avere un'idea di come è fatta questa pubblicazione, potete sfogliare alcune pagine cliccando qui. La guida è in vendita nelle edicole umbre in abbinamento opzionale al Corriere dell'Umbria e nelle edicole e nelle librerie di Roma. Se siete di altre parti d'Italia, potete acquistarla direttamente nel nostro sito
internet. Può essere un utile strumento per assaporare appieno questa splendida regione!
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l'Umbria nel Piatto - ed. '07/'08
Pag. 208 + 12 di pubblicità
Formato: cm. 12,0 x 19,0
Prezzo di copertina: € 9,00
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IL SERVIZIO CONTEGGIATO A PARTE? UN DISSERVIZIO…
Ieri, prendendo a pretesto la giornata di festa, sono tornato in uno dei migliori ristoranti umbri, Il Cantico di Ferentillo in Valnerina, ospitato nella bella Abbazia di San Pietro in Valle.Bella mangiata, giornata all’insegna di un piacevole relax, strade tortuose da “guidare” con il vento fra i (pochi) capelli rimasti.In questo contesto piacevole, c’è stata solo una nota stonata: il 10% di servizio nel conto! E’ evidente che il servizio abbia un costo, ma lo ha anche l’affitto, le utenze, e via dicendo. Sono tutta una serie di costi fissi o variabili che comunque vanno imputati nei prezzi dei piatti che, se fosse solamente per il costo delle materie prime, sarebbero un decimo di quelli riportati in carta.Allora perché spalmare sul prezzo delle portate, giustamente, tutti questi costi e non il servizio? L’unica risposta che mi sono dato è che così quel 10% in più (a volte ci è capitato anche il 15%) non viene considerato dall’avventore al momento dell’ordinazione con conseguente teorica miglior propensione alla stessa. Visto che non penso che la domanda sia così elastica rispetto al prezzo e che quindi l’incremento di piatti ordinati per via del prezzo minore sia destinato a rimanere ipotetico, in realtà questa mossa ritengo possa portare solamente dei danni d’immagine al ristoratore stesso e nessun beneficio.Ciò detto, come cliente non mi sento truffato in quanto sia che lo spalmino prima nei prezzi, sia che lo mettano alla fine nel conto, comunque il costo del servizio lo devo pagare. Chi in realtà subisce un disservizio da una sua stessa scelta è il ristoratore…
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LE GUIDE DI DOVE E LA MACCHINA DEL TEMPO...
In questi giorni stiamo ultimando la seconda edizione de “l’Umbria
nel Piatto” la nostra guida dei ristoranti della regione. Dopo aver visitato
tutti gli indirizzi in forma anonima ed aver quindi provato come degli avventori
qualsiasi la loro proposta, stiamo facendo le telefonate ai ristoratori per
comunicargli che sono stati inseriti in guida e raccogliere dati quali periodo
di ferie od orario di chiusura della cucina, che se chiesti all’atto della visita
desterebbero dei sospetti.
Nel fare le diverse telefonate, ieri ci è successo un fatto curioso. Il gestore
di Wine Bartolo Hosteria, buon ristorante di Perugia, ci dice: “Basta che mettete
i dati giusti, quelli di Dove hanno sbagliato addirittura il nome dello chef!”.
Il tempo di chiudere la telefonata, rassicurando l'interlocutore che determinate
cose noi le verifichiamo sul campo in quanto i ristoranti li proviamo, e di
andare a controllare nella guida di DOVE dedicata all’Umbria (le guide sono
distribuite in queste settimane come allegato opzionale al Corriere della Sera)…
Siamo rimasti basiti!!!
Cito testualmente dalla guida (pag. 171):
Wine Bartolo Hosteria – In pieno centro storico, a due passi
dalla Fontana Maggiore, il ristorante coniuga qualità e cura dell’ospitalità.
La cucina è di tipo mediterraneo e offre piatti elaborati e innovativi, a cura
dello chef Simone Ciccotti, formatosi alla scuola di Paul Bocuse.
Che dire, succinta ma tutto sommato abbastanza indicativa del tipo di proposta,
per una guida turistica ci può stare… Peccato che dal 2001 Simone Ciccotti
abbia aperto un suo ristorante, l’Antica
Trattoria San Lorenzo, sempre nel centro di Perugia e che ora la proposta
di Wine Bartolo sia tutt'altro che elaborata e innovativa, mentre è tradizionale
e tipica!
Un refuso? Certo, ma se avessero realmente visitato il ristorante non sarebbe
potuto succedere.
Ho voluto riportare questo fatto perché più volte in questo blog
abbiamo parlato di editoria a valore aggiunto ed editoria meramente informativa.
A volte mi dicono che gli 8-9 euro che chiediamo per le nostre guide sono troppi,
senza rendersi conto di quanto costi fare una guida critica... Bene, d'ora in
poi inviterò queste persone a comprare le Guide informative, realizzate
con il sostegno massiccio delle Istituzioni e magari fornirò, dietro
richiesta, una macchina del tempo in modo da permettere loro di trovare le situazioni
descritte in guida... 
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CHI “PAGA VERAMENTE IL CONTO”?
Credo di essere stato tra i primi, fedeli lettori (a suo tempo anche abbonato)
del Gambero Rosso, sin da quando diventò rivista autonoma. La passione
ancestrale per cibi e vini mi rendeva avido (lo sono tuttora) di notizie in
materia, ed allora non c’erano molte altre fonti cui far riferimento.
Poi ho smesso di acquistarla, perché ha cominciato ad infastidirmi: qualsiasi
argomento di fondo facesse copertina (dai cuochi emergenti a quelli più
famosi, dai locali che recuperavano la tradizione agli innovatori, dai migliori
interpreti del classico agli anticipatori…) sembrava essere un pretesto,
una scusa per parlare di Tizio o Caio, per lunghe interviste a cuochi o vignaioli.
Ricordo che il rigetto definitivo lo ebbi anni fa, di fronte ad un numero (non
chiedetemi quale) in cui oltre la metà delle pagine erano profili di
personaggi vari. Ebbene, posso capire che una pubblicazione del genere faccia
un articolo ora su questa casa vinicola, ora su quello chef, ma la cosa era
ormai diventata troppo sfacciata.
Inutile dire che da allora ho smesso di comprare anche le loro guide: quali
garanzie potevo avere sulla relativa imparzialità? Con il tempo, il vizietto
non è rientrato, anzi si sono moltiplicati gli eventi in cui, per festeggiare
oggi le “tre forchette” e domani i “tre bicchieri” si
finisce poi, guardacaso, a mangiare tutti insieme: gli arbitri che cenano abitualmente
con i giocatori, prima, dopo e durante i campionati… e chi “paga
veramente il conto” non si sa!
In qualunque contesto in cui sia richiesta imparzialità, giudicanti e
giudicati vengono tenuti ben distinti e, nei limiti del possibile, distanti
gli uni dagli altri. Ciò nonostante gli inciuci, come ben sappiamo, non
sono scongiurati. Figuriamoci se invece la “convivialità”,
tra gli uni e gli altri, è fatta sistema! Chiunque frequenti anche marginalmente
l’ambiente, come semplice spettatore, ha continue conferme di quanto sia
fitto e radicato il rapporto tra quelli del Gambero e i produttori (di cibo
o vini), i ristoratori, i cuochi, ecc. E’ evidente che in una situazione
del genere, dove l’intreccio è così spudorato, gli interessi
dell’uno finiscono con il coincidere con gli interessi dell’altro,
gli interessi dell’uno, vieppiù, alimentano gli interessi dell’altro.
Di guide se ne vendono tante, i ristoratori ne avvertono gli effetti, sanno
che un giudizio negativo può far loro molto male, mentre uno positivo
può favorirli ben oltre i pur buoni risultati ottenuti sul campo. I ristoratori
allora blandiscono i redattori (o si fanno blandire), stanno al loro gioco,
lo assecondano, cercano di trarne ogni possibile vantaggio. I redattori, fanno
altrettanto: più si parla di questo o quel “fenomeno”, più
guide si vendono. Hanno bisogno dei ristoratori, ma sanno di avere il coltello
dalla parte del manico, per cui a colpi di elogi li aiutano, li mettono in vetrina,
li rendono protagonisti, oppure li bacchettano, li criticano, semplicemente
li ignorano, che forse è la cosa peggiore. E così via, con qualche
opportuna punizione per alcuni, ma soprattutto con i pranzi, per i più
meritevoli: il Re premia i suoi sudditi, contento di averne così tanti,
i sudditi si sfregano le mani perché da domani potranno aumentare i prezzi…
Ecco, questo è l’effetto peggiore di un tale stato di cose: ai
dubbi di parzialità che emergono ove ci sia conflitto d’interessi
(ne ho già parlato qui),
si affianca un danno ancor più grave, perché incide direttamente
sulle nostre tasche. Certo, i prezzi salgono anche perché la domanda
è in aumento, è una legge di mercato. Ma un mercato così
non è un mercato libero, bensì pesantemente condizionato, per
meglio dire, “pompato”. Per chi non lo avesse ancora capito, chi
“paga veramente il conto” siamo comunque e sempre noi...
Non fidatevi, dunque, quando come in questo
caso dalla Corte del Re si levano grida di protesta contro l’avidità
dei sudditi: presto saranno di nuovo a mangiare insieme, tanto il conto lo pagheremo
ancora noi.
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DAI RISTORANTI “DEL CUORE” AI RISTORANTI “CON LA TESTA”
Nelle mie frequenti escursioni in terra ascolana, vado spesso ad acquistare qualche specialità in una gastronomia di Castel di Lama, la Bottegola. Tempo fa il titolare, sincero appassionato di cibo e vini, mi riferisce di aver mangiato molto bene in un agriturismo di Monsanpolo, un paesino a pochi chilometri dalla “riviera delle palme” di San Benedetto del Tronto: il Cantuccio. Non lascio passare molto tempo per provarlo e subito ho piena conferma di quanto mi aveva anticipato: della trattoria di campagna i prezzi, da ristorante di livello la cucina ed il servizio.Vado allora a consultare qualche guida e lo trovo solo su quella delle Osterie di Slow Food, leggo la recensione e rimango incredulo: l’idea che ci si poteva fare era di uno dei tanti agriturismo da “gnocchi alla papera” e “arrosto misto”, mentre lì la cucina già volava ben più in alto… Inutile dire che da allora ci sono tornato altre volte, sempre con piena (e crescente) soddisfazione, fino a quando i proprietari, Carmine e Fabrizio, decidono di trasferirsi a Stella di Monsanpolo, presso la Villa dei Priori, ad un minuto dall’uscita sulla superstrada Ascoli-mare, conservando però il nome originario. Lungaggini burocratiche li costringono purtroppo ad una pausa di parecchi mesi, della quale approfittano per fare vari stages in ristoranti blasonati.Alla riapertura (estate 2006), torno a trovarli: ora il locale è davvero bello, con interni sobri ed eleganti, coperti limitati, tavoli ben distanziati, un salottino all’ingresso ed un bel parco all’esterno. Non sono riusciti, come avrebbero voluto, a mantenere gli stessi prezzi, che però sono aumentati di poco e più che giustificati dagli ulteriori progressi compiuti (in cucina, sala, cantina) e dall’esasperata selezione delle materie prime. Dopo alcuni mesi di assenza, sono andato da loro sabato scorso, ed ancora una volta i due ragazzi mi hanno sorpreso.Arriviamo in quattro, più una bambina di tre anni e mezzo, ci danno il benvenuto con un buon Cartizze e presto giungono in tavola vari tipi di pane, caldo, fatto in casa e ben due appetizers, in sequenza: un batonnet di pollo ed un tortino di melanzana con sfera di pomodorino e salsa al basilico. Menù alla mano, ci complichiamo la scelta del vino optando per piatti sia di terra che di mare, ma Fabrizio scioglie ogni dubbio suggerendoci di iniziare con una Nosiola e proseguire con un rosso locale da uvaggio misto, entrambi di giovani produttori di nicchia, che si sono poi rivelati ottimi.Mentre la bimba viene “distratta” prima da un piatto di ravioli di ricotta con salsa di noci Pecan e poi da un videogioco messo gentilmente a disposizione dallo staff, noi partiamo con gli antipasti. Sapidità ed equilibrio nelle “Noci di Capesanta (tenerissime), Spinacio cornuto e marinata di Pomodoro estivo essiccato”. Più semplice ma non da meno per freschezza e concentrazione di sapori il “Nostro (loro) Calamaro farcito”.Passando ai primi, mostriamo curiosità per la “Carbonara di Tonno e Bottarga di Muggine”, ma alla fine nessuno la sceglie, ed allora ecco che ce ne arriva in tavola un assaggio, che ci fa pentire di non averla ordinata (di eccellente qualità la Bottarga).Proseguo con dei “Cannelloni al Nero di Seppia con cavolo verde, ragout di Triglia e brodo di Scampi” molto buoni, ma rimango ancor più colpito dalla “Zuppa di Roveja (una varietà di pisello selvatico) con tortino di riso nero Venere e Trippa di Baccalà”.La gentile ragazza che affianca Fabrizio nel servizio, si divide tra le attenzioni verso la bambina e le puntuali descrizioni delle portate e, mentre alcuni provano secondi più corposi, io, ormai vicino alla saturazione (ma non appesantito), opto per una versione rivisitata di un piatto della tradizione locale, il “Pollo Ncip Nciap”: aggraziati i sapori e perfetta la cottura del polletto.Nessuno declina l’invito a provare la loro degustazione di dolci, non meno di sette-otto piccoli, deliziosi assaggi: ci guardiamo, interrogandoci su quale sia il più buono, quando Carmine come di consueto lascia i fornelli e, con umiltà e curiosità, viene a raccogliere i nostri commenti, le sensazioni, le eventuali critiche. Chiudiamo con grappa e cognac, offerti.Oltre che alla carta, si può scegliere tra due menù degustazione (40 euro per quello di terra, 50 per quello di mare, con possibilità di vini al bicchiere), una degustazione di antipasti e, dal lunedì al venerdì, un piatto unico per il pranzo, composto da cinque diverse piccole preparazioni.Veronelli aveva i suoi locali “del cuore”: io, che su certe cose preferisco, al sentimentale, l’essere razionale, dico che questo è uno di quei ristoranti dove il risultato della passione dei titolari per il loro lavoro sta soprattutto nell’intelligenza di una formula che mette al centro di tutto la soddisfazione del cliente.Ecco, Il Cantuccio è, da qualche tempo, la mia “wellness farm” della ristorazione, con buona pace delle guide nazionali, che continuano in prevalenza ad ignorarlo…
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L’EDITORIA ENOGASTRONOMICA (e non solo…) DEL FUTURO
Una premessa è d’obbligo: prendete questo post come uno sfogo del sottoscritto
che, per evitare costose sedute dall’analista, utilizza voi lettori per “liberarsi”
di alcune incazzature... Come molti di voi ormai sanno, sono
uno dei soci de La
Pecora Nera Editore, casa editrice specializzata nella realizzazione di
guide enogastronomiche a carattere locale. In questi giorni sto riflettendo
a lungo su cosa i lettori si aspettino dagli editori del settore e cosa sia
giusto che questi ultimi pubblichino.Lasciando da parte i discorsi sulla
distribuzione libraria che affronteremo (forse) in un altro post e sulla conseguente
disparità di accesso al punto vendita dei diversi editori, lasciando cioè da
parte il fatto che le regole non sono uguali per tutti, sono perfettamente consapevole
e per giunta la ritengo cosa giusta che il successo di una pubblicazione sia
sancito solamente dai lettori. Se una pubblicazione piace, vende, altrimenti
rimane sugli scaffali delle librerie. Perfetto.Allora perché sono incavolato
se il discorso è così semplice? Ve lo dico subito.Sto notando, e non solo
nell’editoria di settore, una progressivo abbassamento nelle richieste di contenuti
a valore aggiunto da parte dei lettori, che purtroppo si soffermano su aspetti
meramente informativi quali possono essere la segnalazione generica dell’apertura
di un nuovo ristorante o la foto di un locale alla moda, piuttosto che analizzare
l’indipendenza e la validità dell’informazione stessa, oppure il ricercare una
cronaca rigorosa, con tanto di critiche circostanziate.I
contenuti a valore aggiunto costano, e parecchio, perché, nel
caso delle guide dei ristoranti, presuppongono una verifica anonima dell’offerta, presuppongono
l’assenza di conflitti di interesse con conseguente assenza di pubblicità dei
soggetti valutati, presuppongono una schiettezza di giudizio che scontenta inevitabilmente
più di una categoria. In estrema sintesi, i contenuti a valore aggiunto comportano
costi più alti e alcune voci di ricavo precluse. Fino ad oggi c’è stato uno
“zoccolo duro” di lettori che ha scelto di pagare un premium price per
questo tipo di informazione, nel nostro come in altri settori dell'editoria. Il dilagare del free press, di certa stampa in
cui i redazionali sono abilmente mixati a messaggi pubblicitari, mi fa però
pensare che questa nicchia si stia sempre più assottigliando.L’altro giorno
sono rimasto basito quando un amico ha definito carina una guida distribuita
gratuitamente, in cui i giudizi sui ristoranti erano fatti in collaborazione
con i ristoratori, con tanto di foto del locale… Ma chi può essere guidato da
un prodotto del genere? Forse una persona che in un ristorante ricerca solamente
un certo tipo di arredamento e location, ma non certo un appassionato che realmente vuol sapere come si mangia in quel posto. Il bello è che queste riviste sono piene zeppe di pubblicità istituzionale
mentre chi si espone con giudizi schietti fatica a convincere gli enti pubblici
a sponsorizzarlo.In questo periodo mi sto scontrando con molti amministratori,
i quali, senza giri di parole, mi dicono che i nostri prodotti “dicono il vero,
perché effettivamente anche a me è capitato di mangiare in quel locale ed era
indecoroso, avete fatto bene a scriverlo! Però, mi capirà, non posso legare
il nome del mio assessorato alla vostra guida, mi creerebbe dei problemi con
le associazioni di categoria…”. “E certo che la capisco, altrimenti se non fosse
stato così maledettamente prudente ed equilibrato, come avrebbe potuto occupare
quella poltrona” vorrei rispondere. E invece, mio malgrado, sono costretto ad
accontentarmi delle briciole lasciate dalle grandi concessionarie di pubblicità
che fanno incetta di soldi pubblici, perché mai accetterei di fare un'editoria
superficiale e per questo ci sono dei costi da sostenere. Per fortuna abbiamo
anche incontrato qualche funzionario che ha preso a cuore il nostro progetto,
sposandone la filosofia, e quindi qualche sponsorizzazione istituzionale l'abbiamo
avuta anche noi. Il nostro modo di operare, poi, ci ha consentito nel corso
degli anni di fidelizzare un bel numero di lettori, ma se proseguirà questa
omologazione in basso, con prodotti i cui contenuti sono guidati dalla pubblicità,
non sarà facile andare avanti. Che faremo? Lo ha scritto Guccini per noi “...è
facile tornare con le tante stanche pecore bianche, scusate non mi lego a questa
schiera, morrò pecora nera”…Grazie per la pazienza…
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KITCHEN STAGE, QUESTA CI MANCAVA…
Dopo i vari Grande Fratello, L’Isola dei Famosi e via dicendo, ormai non c’è una
persona che non sappia cosa sia un reality show. Sono stati versati fiumi di inchiostro e consumate tastiere per commentare e cercare di spiegare il fenomeno ed il suo travolgente successo. Il giro di affari che si è sviluppato intorno ai reality è ormai gigantesco (basti pensare ai servizi telefonici dedicati) e molte aziende hanno capito l’importanza commerciale di questo nuovo metodo di comunicazione.Per questo motivo, quando oggi mi è arrivata la comunicazione da parte della Digital PR dell’avvio di un reality su internet ambientato nella cucina di una famiglia di Cagliari sponsorizzato dall’Electrolux,
non mi sono di certo stupito… Ma il mancato stupore, non significa accettazione acritica del fatto.Kitchen Stage, questo il nome del reality, non fa altro che farmi riflettere per l’ennesima volta sulle motivazioni che possano indurre una persona a seguire questo tipo di programmi. Alla base di tutto c’è sicuramente una punta di voyeurismo nello
spiare delle persone nella loro vita quotidiana. Purtroppo, però, non penso che sia tutto qui. In realtà la spinta profonda è data, a mio parere, dalla progressiva omologazione delle persone che nella vita reale sono costrette a frustrare gran parte delle loro emozioni. Questo è dovuto ad una molteplicità di motivi: dai vincoli economici, alla mancanza di tempo e stimoli, al senso di inadeguatezza che si prova per essere distanti dai modelli fisici e sociali celebrati nei media. Tali carenze vengono colmate nel modo più semplice possibile: diventare fruitori passivi di determinati format, accontentandosi, è proprio il caso di dirlo, di vivere le emozioni altrui come fossero le proprie. E, visto che stiamo parlando nello specifico di internet, logiche analoghe stanno dietro al successo delle chat (almeno sono uno strumento interattivo…).Mi farebbe molto piacere se con i vostri commenti si riuscisse a sviluppare un dibattito su questo tema, a cui tengo molto. Dateci sotto!!!
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