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CHI “PAGA VERAMENTE IL CONTO”?
Credo di essere stato tra i primi, fedeli lettori (a suo tempo anche abbonato)
del Gambero Rosso, sin da quando diventò rivista autonoma. La passione
ancestrale per cibi e vini mi rendeva avido (lo sono tuttora) di notizie in
materia, ed allora non c’erano molte altre fonti cui far riferimento.
Poi ho smesso di acquistarla, perché ha cominciato ad infastidirmi: qualsiasi
argomento di fondo facesse copertina (dai cuochi emergenti a quelli più
famosi, dai locali che recuperavano la tradizione agli innovatori, dai migliori
interpreti del classico agli anticipatori…) sembrava essere un pretesto,
una scusa per parlare di Tizio o Caio, per lunghe interviste a cuochi o vignaioli.
Ricordo che il rigetto definitivo lo ebbi anni fa, di fronte ad un numero (non
chiedetemi quale) in cui oltre la metà delle pagine erano profili di
personaggi vari. Ebbene, posso capire che una pubblicazione del genere faccia
un articolo ora su questa casa vinicola, ora su quello chef, ma la cosa era
ormai diventata troppo sfacciata.
Inutile dire che da allora ho smesso di comprare anche le loro guide: quali
garanzie potevo avere sulla relativa imparzialità? Con il tempo, il vizietto
non è rientrato, anzi si sono moltiplicati gli eventi in cui, per festeggiare
oggi le “tre forchette” e domani i “tre bicchieri” si
finisce poi, guardacaso, a mangiare tutti insieme: gli arbitri che cenano abitualmente
con i giocatori, prima, dopo e durante i campionati… e chi “paga
veramente il conto” non si sa!
In qualunque contesto in cui sia richiesta imparzialità, giudicanti e
giudicati vengono tenuti ben distinti e, nei limiti del possibile, distanti
gli uni dagli altri. Ciò nonostante gli inciuci, come ben sappiamo, non
sono scongiurati. Figuriamoci se invece la “convivialità”,
tra gli uni e gli altri, è fatta sistema! Chiunque frequenti anche marginalmente
l’ambiente, come semplice spettatore, ha continue conferme di quanto sia
fitto e radicato il rapporto tra quelli del Gambero e i produttori (di cibo
o vini), i ristoratori, i cuochi, ecc. E’ evidente che in una situazione
del genere, dove l’intreccio è così spudorato, gli interessi
dell’uno finiscono con il coincidere con gli interessi dell’altro,
gli interessi dell’uno, vieppiù, alimentano gli interessi dell’altro.
Di guide se ne vendono tante, i ristoratori ne avvertono gli effetti, sanno
che un giudizio negativo può far loro molto male, mentre uno positivo
può favorirli ben oltre i pur buoni risultati ottenuti sul campo. I ristoratori
allora blandiscono i redattori (o si fanno blandire), stanno al loro gioco,
lo assecondano, cercano di trarne ogni possibile vantaggio. I redattori, fanno
altrettanto: più si parla di questo o quel “fenomeno”, più
guide si vendono. Hanno bisogno dei ristoratori, ma sanno di avere il coltello
dalla parte del manico, per cui a colpi di elogi li aiutano, li mettono in vetrina,
li rendono protagonisti, oppure li bacchettano, li criticano, semplicemente
li ignorano, che forse è la cosa peggiore. E così via, con qualche
opportuna punizione per alcuni, ma soprattutto con i pranzi, per i più
meritevoli: il Re premia i suoi sudditi, contento di averne così tanti,
i sudditi si sfregano le mani perché da domani potranno aumentare i prezzi…
Ecco, questo è l’effetto peggiore di un tale stato di cose: ai
dubbi di parzialità che emergono ove ci sia conflitto d’interessi
(ne ho già parlato qui),
si affianca un danno ancor più grave, perché incide direttamente
sulle nostre tasche. Certo, i prezzi salgono anche perché la domanda
è in aumento, è una legge di mercato. Ma un mercato così
non è un mercato libero, bensì pesantemente condizionato, per
meglio dire, “pompato”. Per chi non lo avesse ancora capito, chi
“paga veramente il conto” siamo comunque e sempre noi...
Non fidatevi, dunque, quando come in questo
caso dalla Corte del Re si levano grida di protesta contro l’avidità
dei sudditi: presto saranno di nuovo a mangiare insieme, tanto il conto lo pagheremo
ancora noi.
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