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DAI RISTORANTI “DEL CUORE” AI RISTORANTI “CON LA TESTA”

Di hume (del 23/03/2007 @ 10:42:53, in Considerazioni)

Nelle mie frequenti escursioni in terra ascolana, vado spesso ad acquistare qualche specialità in una gastronomia di Castel di Lama, la Bottegola. Tempo fa il titolare, sincero appassionato di cibo e vini, mi riferisce di aver mangiato molto bene in un agriturismo di Monsanpolo, un paesino a pochi chilometri dalla “riviera delle palme” di San Benedetto del Tronto: il Cantuccio. Non lascio passare molto tempo per provarlo e subito ho piena conferma di quanto mi aveva anticipato: della trattoria di campagna i prezzi, da ristorante di livello la cucina ed il servizio.
Vado allora a consultare qualche guida e lo trovo solo su quella delle Osterie di Slow Food, leggo la recensione e rimango incredulo: l’idea che ci si poteva fare era di uno dei tanti agriturismo da “gnocchi alla papera” e “arrosto misto”, mentre lì la cucina già volava ben più in alto… Inutile dire che da allora ci sono tornato altre volte, sempre con piena (e crescente) soddisfazione, fino a quando i proprietari, Carmine e Fabrizio, decidono di trasferirsi a Stella di Monsanpolo, presso la Villa dei Priori, ad un minuto dall’uscita sulla superstrada Ascoli-mare, conservando però il nome originario. Lungaggini burocratiche li costringono purtroppo ad una pausa di parecchi mesi, della quale approfittano per fare vari stages in ristoranti blasonati.
Alla riapertura (estate 2006), torno a trovarli: ora il locale è davvero bello, con interni sobri ed eleganti, coperti limitati, tavoli ben distanziati, un salottino all’ingresso ed un bel parco all’esterno. Non sono riusciti, come avrebbero voluto, a mantenere gli stessi prezzi, che però sono aumentati di poco e più che giustificati dagli ulteriori progressi compiuti (in cucina, sala, cantina) e dall’esasperata selezione delle materie prime. Dopo alcuni mesi di assenza, sono andato da loro sabato scorso, ed ancora una volta i due ragazzi mi hanno sorpreso.
Arriviamo in quattro, più una bambina di tre anni e mezzo, ci danno il benvenuto con un buon Cartizze e presto giungono in tavola vari tipi di pane, caldo, fatto in casa e ben due appetizers, in sequenza: un batonnet di pollo ed un tortino di melanzana con sfera di pomodorino e salsa al basilico. Menù alla mano, ci complichiamo la scelta del vino optando per piatti sia di terra che di mare, ma Fabrizio scioglie ogni dubbio suggerendoci di iniziare con una Nosiola e proseguire con un rosso locale da uvaggio misto, entrambi di giovani produttori di nicchia, che si sono poi rivelati ottimi.
Mentre la bimba viene “distratta” prima da un piatto di ravioli di ricotta con salsa di noci Pecan e poi da un videogioco messo gentilmente a disposizione dallo staff, noi partiamo con gli antipasti. Sapidità ed equilibrio nelle “Noci di Capesanta (tenerissime), Spinacio cornuto e marinata di Pomodoro estivo essiccato”. Più semplice ma non da meno per freschezza e concentrazione di sapori il “Nostro (loro) Calamaro farcito”.
Passando ai primi, mostriamo curiosità per la “Carbonara di Tonno e Bottarga di Muggine”, ma alla fine nessuno la sceglie, ed allora ecco che ce ne arriva in tavola un assaggio, che ci fa pentire di non averla ordinata (di eccellente qualità la Bottarga).
Proseguo con dei “Cannelloni al Nero di Seppia con cavolo verde, ragout di Triglia e brodo di Scampi” molto buoni, ma rimango ancor più colpito dalla “Zuppa di Roveja (una varietà di pisello selvatico) con tortino di riso nero Venere e Trippa di Baccalà”.
La gentile ragazza che affianca Fabrizio nel servizio, si divide tra le attenzioni verso la bambina e le puntuali descrizioni delle portate e, mentre alcuni provano secondi più corposi, io, ormai vicino alla saturazione (ma non appesantito), opto per una versione rivisitata di un piatto della tradizione locale, il “Pollo Ncip Nciap”: aggraziati i sapori e perfetta la cottura del polletto.
Nessuno declina l’invito a provare la loro degustazione di dolci, non meno di sette-otto piccoli, deliziosi assaggi: ci guardiamo, interrogandoci su quale sia il più buono, quando Carmine come di consueto lascia i fornelli e, con umiltà e curiosità, viene a raccogliere i nostri commenti, le sensazioni, le eventuali critiche. Chiudiamo con grappa e cognac, offerti.
Oltre che alla carta, si può scegliere tra due menù degustazione (40 euro per quello di terra, 50 per quello di mare, con possibilità di vini al bicchiere), una degustazione di antipasti e, dal lunedì al venerdì, un piatto unico per il pranzo, composto da cinque diverse piccole preparazioni.
Veronelli aveva i suoi locali “del cuore”: io, che su certe cose preferisco, al sentimentale, l’essere razionale, dico che questo è uno di quei ristoranti dove il risultato della passione dei titolari per il loro lavoro sta soprattutto nell’intelligenza di una formula che mette al centro di tutto la soddisfazione del cliente.
Ecco, Il Cantuccio è, da qualche tempo, la mia “wellness farm” della ristorazione, con buona pace delle guide nazionali, che continuano in prevalenza ad ignorarlo…

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